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Perché bloccare il TAP? Note sul progetto contestato in Puglia

13 ottobre 2014

Articolo di Gionata Picchio pubblicato su Staffetta Quotidiana

Con l'avvio dell'istruttoria al Mise è entrato nella fase decisiva l'iter del gasdotto transadriatico Tap. E nello stesso giorno un'ordinanza del sindaco di Melendugno, zona di approdo, ha bloccato alcune attività preliminari in corso da pochi giorni. Una (non?) coincidenza poco sorprendente, visto il destino di conflittualità cui vanno spesso incontro le infrastrutture energetiche in Italia. Ma perché bloccare il TAP?
 
Comunque la si pensi sul futuro del gas in Italia, sull'evoluzione del mix etc. quello che a nostro parere salta agli occhi è che il TAP, nello stesso panorama dei progetti infrastrutturali allo studio, spicca per molte ragioni per bassa “problematicità”. Non solo cioè c'è più di un buon motivo per realizzarlo ma soprattutto – salva ovviamente la piena legittimità per i cittadini di farlo – praticamente nessuno per osteggiarlo.
Cominciamo dai “pro”: anche se negli ultimi anni l'Italia ha vissuto un forte calo della domanda di gas, aggiungere una nuova fonte ai canali di approvvigionamento continua a avere un senso.
Primo, sotto il profilo della sicurezza. La capacità di importazione dei quattro maggiori gasdotti e dei tre terminali di Gnl è oggi ampiamente eccedente la domanda in quasi tutti gli scenari. Nell'equazione vanno però inserite le tensioni geopolitiche (e le incertezze produttive) che sempre più caratterizzano almeno tre dei nostri maggiori fornitori, Russia, Libia e Algeria. L'Azerbaigian è lontano da entrambe le aree.
In secondo luogo c'è l'impatto sulla concorrenza: un apporto aggiuntivo rilevante come il TAP – 10 mld mc/a aggiuntivi accessibili per il mercato italiano e per di più (almeno così promettono i proponenti) a prezzi “di mercato” – sono un grosso contributo alla liquidità.
Infine, a dispetto della vulgata mediatica, fare dell'Italia un hub del gas non sarà magari una vera priorità per il sistema Paese ma senza dubbio rappresenta un'interessante opportunità industriale per chi importa e vende gas e per chi lo trasporta (oltre che per l'erario).
Sì ma chi paga, si potrebbe chiedere? La domanda è legittima in una fase in cui proprio per perseguire sicurezza, diversificazione e concorrenza, i governi degli ultimi anni si sono appassionati alle “infrastrutture strategiche”: impianti, es. rigassificatori e stoccaggi che per il loro asserito contributo “di sistema” vengono fatti ripagare dal sistema stesso, ossia dai consumatori.
Il TAP però non rientra in questa categoria. Avendo scelto la remunerazione “a mercato” attraverso l'utilizzo in esclusiva, i suoi azionisti si assumono il rischio dell'eventuale sottoutilizzo, senza garanzie in caso non vendano il gas trasportato.
Vero è che a pesare sulle tariffe di trasporto sarà un'opera che è in certo modo conseguenza del TAP: quella dorsale adriatica della rete gas nazionale (anch'essa per inciso nel mirino delle opposizioni locali), che servirà a trasportare il gas azero verso il Nord Italia e l'Europa. Tuttavia è anche vero che, nella misura in cui una parte rilevante del gas potrebbe finire “riesportato” al di là delle frontiere italiane, da qui all'entrata in funzione è pensabile negoziare coi nostri vicini forme di compartecipazione trasfrontaliera dei costi, come proposto da tempo anche dall'Autorità.
Dunque cosa resta tra i “contro”? Molto poco, almeno ci pare. Non è in discussione la sistematica (e anche comprensibile) apprensione indotta nei non addetti ai lavori da qualunque cosa abbia a che fare con i combustibili, né tantomeno il diritto dei cittadini alla tutela dell'ambiente e del paesaggio. Su queste colonne anzi si è spesso criticato l'atteggiamento talora sprezzante delle istituzioni verso le opposizioni (v. i “comitatini” del premier Renzi).
Tutt'altro discorso però è quando questi temi diventano mera merce di scambio elettorale nella politica locale. Quando sindaci vincono le elezioni sul “no” a questo o a quell'impianto semplicemente facendo leva sulle paure delle persone. O ancora, altra forma di “impazzimento” istituzionale, quando le amministrazioni locali – sfruttando il proprio potere di mettere in stallo gli iter – si assegnano competenze che non gli spettano, come quella di dire la loro sul mix energetico nazionale.
Di gasdotti simili al TAP ce ne sono già due in Italia, e da tempo. Uno con punto di arrivo a Gela (dalla Libia) e un altro a Mazara del Vallo (dall'Algeria). Non risulta abbiano prodotto devastazioni ambientali o problemi ai cittadini. La questione sull'approdo a San Foca riguarda pochi mesi di lavori, una fascia di rispetto come ne esistono su tutta la rete gas nazionale e un terminale con edifici alti non più di otto metri, e non sulla costa ma nell'entroterra. Insomma a guardare in faccia la realtà il problema dell'impatto non esiste o è risolvibile senza particolari difficoltà. Il compito delle amministrazioni locali sarebbe semplicemente di lavorare su questo.

 

Fonte: staffettaonline.com